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Sogni e speranze: la resistenza nel Pavese

partigiani 1Ormai sono passati settant’anni dal quel 25 aprile del 1945, quando in tutt’Italia venne dichiarata la fine della seconda guerra mondiale, che aveva lasciato sul terreno tanti italiani caduti sui vari fronti.

Anche il Pavese ebbe un ruolo importante nella lotta contro il nemico tedesco, che lasciò tracce importanti nei luoghi e nelle persone.

Fin dagli anni Trenta Pavia e la sua provincia furono importanti centri di ritrovo per gli antifascisti, che, nelle fabbriche e scuole della città lombarda, preparavano piani e scioperi per dare un duro colpo al potere di Mussolini.

Tutto questo venne accelerato dall’8 settembre del 1943, quando come conseguenza dell’armistizio tra gli alleati e l’Italia, molti soldati che erano tornati tra le colline dell’Oltrepò, venne catturati e deportati nei campi di concentramento nazisti, da dove nella maggior parte dei casi non tornarono più.

Mentre il 12 settembre Mussolini proclamava la nascita della repubblica di Salò e il 20 furono istituite le prime colonne partigiane di Milano, solo il 1 ottobre nei borghi del Pavese comparvero i primi manifesti che esortavano uomini e donne a denunciare tutti quelli che erano riusciti a fuggire dai rastrellamenti fascisti.

Dal momento che la situazione non migliorava, l’11 ottobre i fascisti informarono che tutti quelli che avrebbero partecipato a operazioni di sabotaggio contro i tedeschi sarebbero stati fucilati subito dopo la cattura.

La situazione precipitò quando, il 12 dicembre, venne fucilato alla Gagnola di Milano il comunista Arturo Caprettini con i suoi compagni partigiani.

Fu allora che nel Pavese iniziarono a organizzarsi le prime colonne partigiane indipendenti dal comando centrale di Milano, che si basavano sul Bollettino del Fronte della Gioventù, stampato a Milano e diffuso in tutta la provincia pavese.

A maggio del 1944 venne costituita la brigata del monte Pelice, comandata dall’ex carabiniere Rinaldo “Nando” Dellagiovanna e subito dopo a Varzi venne creata la 51° brigata Arturo Caprettini e nel Brallo la banda di Angelo “Primula Rossa” Ansaldi.

Mentre continuavano a nascere, grazie al supporto di molti soldati e civili, altre brigate partigiane, il 6 luglio venne conquistata Robbio, che poco dopo fu riconquistata dai tedeschi, destinati ad andarsene il 22 ottobre dopo aver a lungo lottato contro gli abitanti del paese.

Nel frattempo il colonnello Felice Fiorentini, che comandava le truppe tedesche, mise in atto feroci rappresaglie contro Vicimune di Cigognola, Varzi e Santa Maria della Versa, che avevano aiutato in più di un’occasione i partigiani, mentre il 24 novembre fece uccidere il parroco di Corvino San Quirico Felice Ciparelli, da sempre contro i tedeschi.

Con l’inverno del 1943 – 44 ci fu un feroce rastrellamento ai danni della popolazione civile, allo scopo di trovare i capi partigiani.

Agli inizi del 1944 i tedeschi catturarono prima “Carlo “Tom” Allegro, braccio destro del comandante partigiano Domenico “Americano” Mezzadra, mentre nella battaglia del Brallo morì il partigiano Nerone e Primula Rossa, ferito a una gamba, venne fatto prigioniero dal nemico.

Ma la riscossa partigiana non si fece attendere, infatti, il 18 febbraio nell’albergo Milanese di Stradella un gruppo di combattenti uccise Giuseppe Vercesi, che comandava la Brigata Nera.

Dopo aver unificato tutte i gruppi partigiani dell’Oltrepò sotto la guida di Italo Pietra, dal 25 aprile i partigiani liberarono gli ultimi centri del Pavese ancora occupati dai fascisti, fino ad arrivare a Pavia, mentre il 28 aprile a Dongo il gruppo di Walter Audisio partecipò all’esecuzione di Mussolini e della sua compagna Claretta Petacci. 

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