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Opicino de Canistris monaco visionario

opicino 1Un uomo di fede, ed uno storico, che nella Pavia del Trecento fu il primo a raccontare nelle sue opere la storia pavese.

Secondo le carte conservate nell’archivio di Lomello, Opicino de Canistris nacque il 24 dicembre del 1296, poco prima del tramonto e quando la costellazione del Capricorno già si vedeva nel cielo.

A sette anni il piccolo Opicino seppe le circostanze della sua nascita dalle sorelle Reginetta e Sibillina, che gli furono molto affezionate per tutta la vita.

Nell’aprile del 1300, mentre giocava con dei coetanei, Opicino cadde sul selciato di una delle strade della Lomello medievale e, come conseguenza dell’incidente, per tutta la vita portò sulla fronte e in volto le cicatrici di quella giornata.

Pochi anni dopo i genitori del ragazzo, che lavoravano come maggiordomi per la famiglia del conte guelfo di Langosco, si trasferirono a Biella, allora nella sfera d’influenza del comune di Pavia.

A dieci anni Opicino, che si sentiva come designato a diventare sacerdote anche a causa della sua nascita natalizia, venne nominato chierico dal vescovo di Biella e dal 1305 iniziò a frequentare le scuole a Lomello, poi nel piccolo borgo di Bassignana, presso la confluenza del fiume Tanaro con il Po.

Tormentato da sogni premonitori sull’avvento dell’Anticristo, il giovane studente inizialmente studiò poco e male, tanto che l’unica materia in cui riusciva bene era il disegno.

Esasperati dallo scarso rendimento scolastico, nel 1310 i genitori di Opicino lo misero a riscuotere i pedaggi sul ponte di Bassignana, che univa le due sponde del fiume Po.

Nel 1314 il ragazzo dovette smettere di studiare per le febbri malariche che più di una volta lo avevano colpito e nel 1316, dopo aver tentato di studiare canto, cercò di imparare le arti della medicina.

In quegli anni, grazie all’amicizia con la figlia di un nobile pavese esiliato, Opicino iniziò a interessarsi di politica, mentre contemporaneamente la sua famiglia dovette fuggire dalla provincia di Pavia, finita nelle mani dei Visconti.

Caduto in disgrazia, Opicino si trasferì a Genova con la sua famiglia per prendersi cura del padre, che non era più in grado di occuparsi del mantenimento della moglie e dei figli.

Mentre lavorava come precettore e iniziava la sua attività come miniaturista, il giovane perse prima il fratello minore, che morì per un incidente, e poi il padre per una malattia.

opicino 2Tornato a Pavia nel 1318 con la madre, il fratello sopravissuto e le sorelle, Opicino prima lavorò nei cantieri della città, poi nel 1320 venne finalmente ordinato prete.

Negli anni successivo, oltre a diventare prima il cappellano della chiesa di San Raffaele presso San Giovanni in Borgo e poi il parroco di Santa Maria Capella, Opicino lavorò ai suoi trattati e opuscoli non solo su Dio e sui Santi, ma anche sulla sua vita e persino sulla cucina medievale, con uno stile tra il dialetto e il vernacolo toscano.

Nel 1328 la scomunica dei nemici da parte dei Visconti portò Opicino a prendere la strada dell’esilio, che un anno dopo lo condusse ad Avignone, presso la corte del papa Giovanni XXII, assieme alla vecchia madre.

In Francia Opicino lavorò come miniatore per la biblioteca della città e nel 1330, con lo pseudonimo di Anonimo Ticinese, cercò di convincere il papa a togliere la scomunica su Pavia, ma fini per essere processato con l’accusa di eresia.

Nel 1335 mori la madre di Opicino, che alla fine del 1336 venne licenziato dal suo posto di miniatore.

Avvilito e ormai gravemente malato, Opicino dedicò gli ultimi anni della sua vita a lavorare su due codici, in cui raccontava la storia della sua vita e le ricerche astrologhe sul suo futuro e su quello di Pavia, prima di morire nel 1352, a soli 55 anni. 

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