Navigare sul Ticino a Pavia con il barcè

  • Paola Montonati

barcaioli pavia 1Alla fine dell’Ottocento i barcaioli del Ticino a Pavia erano famosi, conoscevano il loro mestiere alla perfezione, i fondali del fiume non avevano segreti per loro; e non avevano nulla di misterioso le non poche rapide, i vortici pericolosi, le piene stagionali.

Ed erano uomini ardimentosi, degni discendenti dei famosi navicellai delle flotte viscontee e sforzesche che, al tempo dei Visconti e al comando di Pasino degli Eustachi, avevano sbaragliato, presso Cremona, la flotta veneziana, facendo ben ottomila prigionieri, molti dei quali poi finirono per restare stabilmente a Pavia.

Dominatori delle acque limpide e azzurre del Ticino, i barcaioli pavesi erano molto noti nel giro dei navigli e a Milano per il loro lavoro in Darsena, anche se erano sempre pronti al litigio con i loro colleghi milanesi, che consideravano barcaioli di serie B e li sfidavano in varie gare sulle acque del Ticino e del Po.

Questi barcaioli erano i padroni di quelle zone che da Pavia raggiungevano Milano e facevano molto spesso il giro dei navigli, raggiungendo l’Adda, superate le rapide di Trezzo, di Calusco e di Imbersago, navigabile a Brivio e per Garlate e Olginate al Lago di Como, in quel ramo che volge a mezzogiorno, cioè Lecco.

Spesso erano assenti da casa per settimane, e quando facevano ritorno in città, avevano sempre un sacco di novità da raccontare, tra avventure amorose boccaccesche, in cui essi erano attori o complici, ingaggi profittevoli, cene pantagrueliche e sbronze smaltite sulla barca in attesa di carico.

Però il loro servizio in navigazione era sempre perfetto e i committenti del servizio di trasporto e consegna erano così sicuri di loro, che, oltre il noleggio pattuito, aggiungevano le mance, che spesso erano le cibarie del luogo e botticelle di vino, oltre che un’aggiunta alla somma di denaro.

C’erano anche i barcaioli già avanti con gli anni, che non si allontanavano dalle sponde del nostro fiume: compivano, giornalmente, viaggetti esplorativi in zone poco frequentate, dove il bosco era più fitto, e, in tutta tranquillità e sicurezza, caricavano il barcè di legna che veniva dal sottobosco.

Con parecchi viaggi il barcè trasportava, preferibilmente nelle ore notturne, la legna a domicilio, sistemata opportunamente in cortile per l’essicazione o, più prudentemente, in solaio e in cantina, lontana dagli sguardi della Dogana pavese.

barcaioli pavia 2Alla fine la barca approdava in una località non sorvegliata e la legna con carriole o gerle veniva poi nella notte trasportata nelle case.

In generale questo diboscamento arbitrario veniva largamente tollerato, e gli stessi proprietari, solo nei casi in cui il taglio assumeva proporzioni eccezionali, intervenivano.

Però questi, per i barcaioli, erano servizi quasi clandestini, infatti, preferivano andare su e giù per il fiume per le gite in barca, con clientela costituita in gran parte da studenti, da impiegati, ed anche da operai che sentivano inclinazione per questo genere di sport.

Tra i grandi barcaioli pavesi ci furono le famiglie Traverso, Silvano, Minoia, Barbieri, Ravizza, Primo Vittadini, Marangoni, Bertolini, Gandini, Cormagnola, Griziotti, Poderini, oltre a Paride Negri e Gino Varesi, che aprirono ditte di noleggio barche, fuori bordo e motoscafi per i pavesi degli anni Venti e Trenta. 

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