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I porti natanti di Pavia

porti natanti 2I primi porti sui fiumi lombardi risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo, verso la fine della dominazione longobarda e in molti casi l’area portuale era niente più di un guado sul fiume, in altri era configurata come un porto galleggiante.

Dopo la fine dei Longobardi, i Franchi misero a punto numerosi impianti di attraversamento dei corsi d’acqua, detti porti natanti.

La struttura base del porto natante era composta da due barconi incatramati e appaiati, in legno di rovere, lunghi una ventina di metri e larghi circa quattro, ricoperti da un ampio tavolato formato da un doppio strato di legno di olmo sostenuto da travi trasversali di larice, su cui potevano trovare posto anche cavalli, carri e carrozze.

Il passaggio dalla riva ai barconi veniva consentito da pontili in legno vicino ai quali c’era una baracca dove era effettuato il pagamento del pedaggio e anche in grado di offrire un riparo agli addetti al traghetto.

Il barcone era munito di un piccolo casotto, dove si trovava la cucina con la stufa, normalmente situato a poppa, mentre a prua era collocato il meccanismo di trascinamento.

Nell'attraversamento del corso d’acqua, il galleggiante era vincolato a una corda, tesa tra una sponda e l’altra, che era fatta scorrere su una sorta di carrello montato su un castello di sostegno.

Non vi erano limitazioni ai generi trasportabili, se non quelle legate al peso, all'ingombro e al tipo di merce, inoltre il dazio dei porti era anche diviso in tre scaglioni in relazione allo stato del fiume e quindi del porto.

L’ubicazione dei porti natanti non era fissa, poiché variava in conseguenza di danneggiamenti o distruzioni causati da piene del fiume o altri eventi, che spesso comportavano persino il totale cambiamento della denominazione ufficiale del porto.

Nell’Ottocento, prima la confisca napoleonica che li sottoponeva al Demanio statale e poi i numerosi conflitti che interessarono il Ticino portarono alla distruzione e alla soppressione di più di un porto natante, prima che la loro fine definitiva fosse decretata dalla costruzione dei ponti in muratura.

porti natanti 1Gli ultimi esemplari di porti natanti in provincia di Pavia sopravvissero fino all'ultimo conflitto mondiale, in Lomellina, sul Po nelle località Cambiò e Isola Sant’Antonio, ma un tempo, discendendo il Ticino dal lago Maggiore, da nord a sud, se ne incontravano molti.

A pochi chilometri dall'attuale confine nord della provincia di Pavia con quella di Novara, si trovava il porto del Falcone che collegava Cassolnovo con Abbiategrasso, uno dei porti più antichi, con una capacità di trasporto di almeno dodici cavalli, ancora in funzione dopo la metà del XIX secolo e fu tra gli ultimi porti sul Ticino a cessare l’attività.

Nella zona del Vigevanese in poco più di quattro chilometri, nel corso dei secoli, sono nate e scomparse diverse e numerose strutture di attraversamento, mentre più a meridione, tra Zelata e Parasacco, c’era un porto natante che godeva di un intenso traffico poiché la località era un luogo d’interesse strategico nelle secolari lotte tra Milano e Pavia, tanto da essere dotata di una rocca.

A poca distanza da Parasacco si trovava quello tra Bereguardo e Zerbolò, detto di Pissarello, distrutto nel 1859 dalle truppe austriache in ritirata durante la seconda guerra d’indipendenza con le truppe francopiemontesi.

Nei pressi di Pavia ne era collocato uno, tra Torre d’Isola e Carbonara Ticino, detto di Santa Sofia, di notevole importanza, soprattutto militare, come dimostra la presenza di un’importante fortificazione distrutta dall'esercito francese nel 1522, che scomparve definitivamente verso la metà del XIX secolo.

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