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Renato Castellani tra neorealismo e classico

  • Paola Montonati

 

castellani 1Giovedì 28 novembre 2013, presso l’Aula Caminetto di Palazzo San Tommaso, si terrà la tavola rotonda “Renato Castellani e la scrittura completa” dedicata alla figura di questo semi dimenticato regista ligure, che per tutta la sua carriera cercò un equilibrio tra la sperimentazione e uno stile più classico.

Primogenito di una famiglia di contadini liguri emigrati in Argentina, Renato Castellani nacque a Varigotti, una frazione di Finale Ligure, dove sua madre si era recata per partorire, il 4 settembre 1913.
Dopo aver trascorso l’infanzia in terra argentina, il dodicenne Renato tornò in Liguria per frequentare il liceo a Genova e successivamente il Politecnico di Milano, dove si laureò in Architettura.

Agli inizi degli anni Trenta Castellani si stabilì a Roma, dove cominciò a collaborare con alcune riviste cinematografiche come recensore, per poi dal 1936 diventare un consulente di registi dal calibro di Mario Camerini, Alessandro Blasetti, Mario Soldati e Augusto Genina, allora impegnati in film del filone telefoni bianchi o di guerra.
Nel 1941 iniziò a lavorare sul suo primo film come regista, Un colpo di pistola, liberamente tratto da un racconto di Puskin, incentrato su un drammatico triangolo amoroso nella Russia dello zar, con Fosco Giachetti e Assia Noris.

Il buon successo della pellicola spinse il regista a lavorare su film melodrammatici come La donna della montagna del 1943, con Amedeo Nazzari, tratto da un romanzo di Salvator Gotta e Zazà del 1944, per poi avviare il progetto di quella che sarebbe stata definita “la trilogia del neorealismo rosa”.
Preceduta da Mio figlio professore, uscito nel 1946, che ne è un prologo ideale, la trilogia, composta da Sotto il sole di Roma del 1948, E’primavera del 1949 e Due soldi di speranza del 1952, vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes di quello stesso anno, analizza in modo acuto e penetrante il dopoguerra italiano e le sue contraddizioni, dalla vicenda del diciassettenne romano Ciro nel primo film, cresciuto troppo in fretta nella Roma della seconda guerra mondiale, alle vicende sentimentali di Beppe e Antonio, il primo vittima suo malgrado di una tragicomica vicenda che lo porterà ad essere accusato di bigamia, il secondo povero ma onesto finisce nei guai assieme alla fidanzata Carmela, che alla fine deciderà di sposarlo ugualmente.
Il grandissimo successo dei tre film, spinse Castellani ad un progetto ambizioso, una versione a colori di Giulietta e Romeo, che dopo varie difficoltà economiche e lavorative usci nel 1954, rivelandosi un fallimento al botteghino malgrado il Leone d’Oro vinto a Venezia.
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Tutto questo spinse il regista a progetti più semplici, come I sogni nel cassetto del 1957, ispirato alla storia del fratello di Castellani e ambientato nella provincia di Pavia, Nella città l’inferno del 1958 con Anna Magnani e Giulietta Masina, ambientato in un carcere femminile, e Il brigante del 1961, tratto del romanzo di Giuseppe Berto, sulla ribellione disperata di un contadino calabrese ai potenti latifondisti nel secondo dopoguerra.
Dopo un decennio vissuto tra commedie di poco conto, come Mare matto del 1963, con Alain Delon e adattamenti di scarso successo come Questi fantasmi del 1967, con Vittorio Gassman e Sophia Loren, tratto dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo, Castellani decise di chiudere con il cinema e lo fece con Una breve stagione del 1969, sulla tragica e disperata storia d’amore tra un agente di borsa americano e una ragazza svedese che abitano a Roma, culminante in un duplice suicidio.

Gli ultimi anni videro il regista lavorare per la televisione ed in particolare per la RAI, con miniserie come Vita di Leonardo del 1971 e Verdi del 1982, che sarà l’ultimo lavoro di Castellani prima della morte avvenuta a Roma il 28 dicembre del 1985, lasciando incompiuto il progetto di una versione fantascientifica di “L’isola del tesoro” di Stevenson, che venne poi portato a termine due anni dopo dal suo amico e collega Antonio Margheriti.

 

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