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Natale a Pavia con i venditori ambulanti di una volta

  • Paola Montonati

venditori pavia 1Il mondo degli ambulanti ha acceso non poco la fantasia del popolino pavese agli inizi del Novecento, soprattutto nel periodo di Natale, quando comperare castagne e vin brulé era quasi un’abitudine.

In particolare erano tre i personaggi che, con i loro tic e manie, divennero amatissimi dai pavesi.

Gigi Patona era il venditore toscano di castagnaccio, una vera e propria leccornia in quegli anni difficili, con un dolce cosi ricco di uvetta, fichi e noci da suscitare puntualmente l’acquolina in bocca ai ragazzini che circondavano il suo carrettino e a cui finiva per regalare sempre “un giuntino”.

Alla mattina Gigi riforniva le panetterie pavesi con il suo ricercato prodotto, mentre nel pomeriggio girava per le vie con un carrettino a vendere il suo dolce a fette per dieci centesimi l’una.

Il nomignolo di Gigi Patona, come lo chiamavano, non lo preoccupava per niente, anzi lo vedeva  come un vero e proprio slogan pubblicitario.

Un personaggio davvero unico tra i venditori pavesi, per la sua figura al tempo stesso simpatica e ridicola, era Giuan ’l matt, milanese di nascita, che all’anagrafe era Giovanni Ombrosi.

Prima di dover demolire la sua baracca di legno dipinta in verde, che si trova in piazza Grande, e diventare un ambulante di frutta e verdura, era stato un pulentè, cioè chi, al suono di una trombetta avvisava la clientela che aveva appena rovesciato, dall’enorme paiolo, una fumante polenta da consumare sul posto oppure da portare ancora calda a casa.

venditori pavia 2Giuan vendeva anche merluzzo e alborelle del Ticino fritte, da accompagnare alla polenta per chi non la voleva “vedova”, cioè senza contorno.

Ma era anche un filosofo e quando dovette cambiare mestiere diventando venditore ambulante non si perse d’animo e così, con il suo carretto tra le vie della città, poté sfogare tutto il suo umorismo e le sue capacità d’imbonitore.

Richiami, grida, flessioni di voce, monologhi, doppi sensi, tutti per Giuan erano parte di una recita orchestrata per richiamare le molte massaie pavesi con frasi spiritose come “pulàstar sensa plissòn”, cioè polli senza parassiti, come chiamava i cavoli, oppure “manzo della povera gente” erano i fagioli di cui a volte aveva stracarico il carretto, mentre le ciliegie erano presentate “bei e viv”, belle e fresche, ma quel vive era un riferimento ai bachi che potevano contenere.

A Porta Calcinara invece abitava To vüst, un ambulante che, con il suo carretto carico di limoni, si recava nelle piazze per vendere la merce a un prezzo basso.

In realtà il poveretto era un uomo che, per il vizio del bere, si era ridotto in uno stato così pietoso che il suo motto era “mangiare poco e bere tanto”.

Il suo nomignolo derivava dal fatto che spesso i ragazzi fingevano di rubargli la merce dal carretto allo scopo di fargli gridare in dialetto “To vüst!” cioè Ti ho visto!

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