Le case chiuse di Pavia

case 1Già in età romana, quando era uno dei principali crocevia di tutti i mercati di Europa, Pavia aveva un lato nascosto, riservato, dedicato alla prostituzione e alla vendita di favori sessuali, anche solo per una notte.
I primi bordelli, detti lupanari, si trovavano sulle rive del Ticino, e ospitavano quelle ragazze che, spesso per disperazione, dovevano vendere il loro corpo in cambio di qualche dracma.
Nelle stanze c’era un letto di pietra, pronto per essere lavato con un getto d’acqua, che era riprodotto anche nell’insegna all’ingresso del bordello.
Col passar del tempo la prostituzione a Pavia divenne solo un lontano ricordo del passato, almeno fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando Napoleone III chiese a Camillo Benso, conte di Cavour, di approvare un decreto per l’apertura delle case chiuse in Lombardia, sotto il controllo diretto del Regno di Sardegna.
Il 15 febbraio del 1860 la legge venne estesa a tutto il Regno d’Italia, permettendo l’apertura di una serie di bordelli a Pavia, in particolare sulle rive del Ticino.
Una delle case chiuse più note si trovava presso piazza San Teodoro e aveva l’entrata proprio davanti all’ingresso della chiesa, tanto che il parroco, infastidito dalla cosa, lottò a lungo contro il proprietario del locale per evitare quella scandalosa mescolanza di sacro e profano.
Alla fine l’uomo fu scomunicato, ma per ripicca fece erigere ai lati del portone d’ingresso della casa chiusa due statue in cotto, raffiguranti un uomo e una donna in atteggiamenti molto provocanti.
Verso gli inizi del Novecento molte di queste case pavesi vennero chiuse, altre sopravissero, come quella in Vicolo Longobardi, oggi diventata un’elegante palazzina e un’altra che si trovava in Piazza Berengario, ora sostituita da un moderno condominio, mentre quelle in via Pietro Maffi e presso Porta Nuova chiusero a causa delle pessime condizioni ambientali.
Di solito le case chiuse erano gestite da alcuni piccoli commercianti pavesi, che avevano il completo controllo sulla vita delle ragazze che vi lavoravano, oltre ad una regolare licenza statale.
case 2Le prestazioni delle ragazze, che venivano concesse dopo un adeguato pagamento, erano divise in tre categorie, dalla più lussuosa a quelle più infima, di solito riservata ai militari.
Nelle case chiuse le ragazze, che erano considerate delle pensionanti, pranzavano e cenavano, erano sempre vestite con abiti molto provocanti allo scopo di stuzzicare i clienti più indecisi.
Le persiane erano chiuse con un lucchetto, mentre non si potevano portare all’interno ombrelli o macchine fotografiche.
Nell’atrio si trovava un cartello che indicava il costo di ogni prestazione, che veniva pagata con un gettone che aveva impresso il nome della casa chiusa.
La fine dell’epoca delle case chiuse di Pavia arrivò nel 1958, con la legge Merlin, ma ancora oggi molti tra i pavesi più anziani ricordano con una qualche nostalgia quegli anni della loro giovinezza ormai lontani nel tempo.

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