Gianni Brera

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« Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l'8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (…) Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po. »

E con queste parole, tratte dal libro Se Po c’e ancora, che Gianni Brera, il giornalista che più di tutti ha influenzato la vita e un modo tutto italiano di parlare di sport , introduce se stesso e la storia della sua vita.

Figlio di un barbiere, Brera iniziò a giocare a calcio  a 15 anni nella squadra "A" del G.C. Giosuè Carducci di Milano, dove sotto la guida dall'allenatore Renato Rossi vinse nel 1935 il Torneo Baravaglio organizzato dal Guerin Sportivo a Torino.

Pur continuando a giocare, il sedicenne Brera iniziò a scrivere dei piccoli articoli a commento del campionato della Sezione Propaganda per il settimanale milanese Lo schermo sportivo.

Successivamente Brera, convinto dal padre e dalla sorella, pose fine alla sua carriera di calciatore  e terminò il liceo a Pavia da dove continuò a spedire articoli per il settimanale  milanese Il nuovo schermo sportivo.

A 18 anni fu assunto dal Guerin Sportivo dove fin da subito si distinse tra gli altri cronisti,  tanto da essere considerato la terza miglior penna del giornale.

Dopo essersi laureato in scienze politiche all'università di Pavia nel 1943, Brera fu costretto a fuggire in Svizzera per sfuggire alla Gestapo, che lo sospettava di attività partigiane.

Rientrato in Italia, grazie all'intervento del senatore Bruno Maffi e di Giulio Seniga,  poté unirsi alla Resistenza in Val d'Ossola.

Subito dopo la fine del conflitto, nel 1945 Brera venne assunto alla Gazzetta dello Sport, il più importante quotidianosportivo italiano, di cui sarebbe divenne direttore nel 1949, dopo un fortunato reportage dal Tour de France.

Tra le numerose testate per cui lavorò vi furono Il Giorno, Il Giornale e La Repubblica.

Tra i suoi romanzi e racconti è da ricordare Il corpo della ragassa, che nel 1978 venne adattato in un omonimo film da Pasquale Festa Campanile, con la sceneggiatura di Alberto Lattuada..

Il suo stile giornalistico fu al tempo stesso innovativo e moderno, pieni di riferimenti culturali classici e di una forte componente fantasiosa . Numerosi i neologismi e i riadattamenti da lui ideati, che ancora oggi sono utilizzati in ambito sportivo e non, come: contropiede, l'attacco di coloro che riportano il gioco in direzione inversa all’avversario; intramontabile, quel giocatore che, nonostante gli anni, rimane una leggenda per i tifosi; uccellare, una giocata ingannevole ai danni di un giocatore, di un portiere o dell'intera difesa avversaria; melina, il trattenere il più a lungo possibile la palla; libero, che indica un difensore senza compiti prestabiliti di marcatura; Padania, per indicare la Pianura padana e il Nord Italia in generale; Vecchio Balordo; soprannome del Genoa; catenaccio, difesa a oltranza.

Inoltre scrisse con l’amico e gastronomo Luigi Veronelli La pacciada. Mangiarebere in pianura padana, un monumentale lavoro che analizza la cucina e le abitudini contadine di un tempo nella Pianura Padana.

Brera fu anche un grande opinionista televisivo nelle trasmissioni Il processo del lunedì e L'Accademia di Brera.

Ma anche Brera sapeva sbagliare; durante i mondiali del 1982 dichiarò che se l'Italia di Enzo Bearzot avesse vinto il titolo si sarebbe recato a piedi in un santuario di devozione mariana che si trovava in un paese a pochi chilometri da Milano, dove abitava. Non era passato un mese dal trionfo del Bernabeu che Brera si fece fotografare in abito penitenziale e scalzo mentre attraversava il sagrato del santuario.

Il 19 dicembre 1992 il giornalista stava tornando da una cena sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo, quando il guidatore di un auto che andava in senso opposto perse il controllo e  invase la carreggiata, uccidendo all’istante Brera e i due amici che erano con lui in quel momento, e lasciando un grande vuoto nel giornalismo sportivo italiano.

Ma la sua eredità non è morta con lui; i suoi amici, soprannominati I senzabrera, ogni giovedì sera si riuniscono a cena nelle trattorie pavesi per ricordarlo tra buon cibo e vino; il suo allievo Gianni Mura continua a scrivere per la Gazzetta dello Sport nel nome del maestro; nel 2002 l'Arena Civica di Milano è stata reintitolata a suo nome.

E sulla sua tomba ogni mese a San Zenone al Po, i suoi amici e la sua famiglia lasciano un sigaro toscano, uno di quelli che lui amava fumare così tanto.                                                                                                                               

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