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Frate Ave Maria Una luce nell’Oltrepò Pavese

frate ave maria 1Cieco per un drammatico incidente, Cesare Pisano non perse mai la speranza di aiutare il prossimo e, con il nuovo nome di Frate Ave Maria, divenne un simbolo dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, nel cuore delle colline dell’Oltrepò Pavese.

Pisano era nato a Pogli, un piccolo paesino vicino ad Alberga, il 24 febbraio 1900, e a dodici anni fu il protagonista di un episodio che stravolse la sua vita.

Il 1 novembre 1912, insieme all’amico Bartolomeo Vignola, trovò dentro un cascinale, un fucile a canna e Vignola, pensando che il fucile fosse scarico, gli sparò, ma nell’arma era rimasto un colpo e Cesare da allora rimase cieco.

Scossa dall’accaduto, la famiglia lo fece ricoverare all’Istituto Davide Chiossone, istituzione che accoglie giovani privi della vista, pensando che stare con altri ragazzi colpiti dalla sua stessa disgrazia fosse una buona idea.

Per quattro anni il ragazzo cadde in un abisso di tristezza e di desolazione, e il pensiero del passato lo angosciava, mentre in lui cresceva un forte rancore contro la fede.

Nel 1916 arrivò all’Istituto come infermiera suor Maria Teresa Chiapponi, che si mise al servizio dei ragazzi con una bontà e una delicatezza speciale, e in Cesare tornò a risvegliarsi il desiderio di Dio.

Dopo la morte della nonna, nel novembre 1918, il giovane decise di tornare a confessarsi e fare la comunione, anche se c’era sempre un forte velo di malinconia.

Grazie a suor Teresa, Cesare prese la decisione di diventare frate e chiese aiuto a Don Orione, che stava fondando in quegli anni due gruppi religiosi che ospitavano ragazzi ciechi, gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Sacramentine Adoratrici.

Dopo il noviziato, il giovane venne ammesso all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio, nell’Oltrepò Pavese, nel 1923, che fu la sua casa per quarant’anni, tranne due parentesi di cinque anni al Monte Soratte e a San Corrado di Noto.

Il 9 settembre 1923 Cesare vestì il saio da eremita e cambiò il suo nome in Frate Ave Maria, anche se il suo sogno era quello di diventare sacerdote.

Da allora Frate Ave Maria divenne esperto nell’arte di intercedere per gli altri, per parlare degli uomini a Dio, compito reso facile dalle centinaia di persone che affollavano l’eremo in cerca di un colloquio con lui per chiedere preghiere, intercessioni, consigli.

Il suo fu un apostolato instancabile, come dimostra anche la corrispondenza che egli intraprese con quelle persone che ricorrevano a lui per vari motivi, come crisi di fede, perdita di persone care, disperazione, croci pesanti da affrontare, anime desiderose di fare del bene e che chiedevano una sua preghiera.

Per tutti Frate Ave Maria ebbe parole di fede e speranza, con una fiducia nella Provvidenza, frutto di un’esperienza maturata in anni di frequentazione con il Signore tra la preghiera, i sacramenti e le circostanze della vita.

Oltre che dalla cecità, l’eremita fu anche vittima tisi, ma in ogni circostanza aveva un senso dell’umorismo fuori dal comune, come sempre hanno i santi, al punto di festeggiare il Giubileo per il 25 e il 50 anniversario con Sorella Cecità. 

Frate Ave Maria morì a Voghera il 21 gennaio 1964, fu dichiarato Venerabile da Giovanni Paolo II, ed è oggi in corso il processo di beatificazione.

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