Dante Alighieri e San Pietro in Ciel d’Oro

  • Paola Montonati

dante boezio“Lo corpo ond’ella fu cacciata giace giuso in ciel d’auro Ed essa da martiro e da esilio venne a questa pace” (Paradiso X,127-129).

Questa è la terzina di Dante Alighieri riprodotta su una lapide posta sulla facciata della Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia.

Il sommo poeta in quei versi fa un riferimento alla sepoltura del filosofo romano Severino Boezio, che venne fatto uccidere dal re ostrogoto Teodorico e sulla cui tomba sorse la Basilica paleocristiana di San Pietro in Ciel d’Oro, che fu chiamata così a causa della cupola interna tutta dorata.

Anicio Manlio Torquato Severino Boezio nacque verso il 480 da una famiglia senatoriale, fu console e senatore sotto il regno goto–romano e si dedicò agli studi fin dall'età giovanile commentando l'Isagoge di Porfirio e componendo trattati sulle arti del Quadrivio, di cui rimangono il De arithmetica e i primi cinque libri del De musica, sui quali si basò l'insegnamento medievale.

Nel 510 fu nominato console e in questi anni tradusse e commentò le Categorie e il De interpretatione, cuore dell'insegnamento della logica fino al XII secolo, e altre opere oggi perdute, come i commenti agli Analitici primi e secondi, ai Topici di Aristotele, ai Topici di Cicerone. Scrisse inoltre opere di logica come De syllogismis, De divisione, De hypotheticis syllogismis, De differentiis topicis.

Molto dibattuto nella storiografia è il problema del platonismo o aristotelismo di Boezio, oltre alla questione se egli abbia o no aderito al cristianesimo.

In generale si riconosce, oggi, che il pensiero boeziano era la ricerca speculativa di un uomo coinvolto nelle problematiche vicende politiche del suo tempo e la strumentazione filosofica fu quindi utilizzata da Boezio in modi e per scopi diversi, ricorrendo non solo agli strumenti analitici della tradizione aristotelica, ma anche alla ripresa di temi platonici e neoplatonici, che, nell'ultima parte della sua vita, facero emergere un pensiero ispirato a quello cristiano.

Al culmine della sua carriera politica, Boezio fu coinvolto in una crisi che vide scontrarsi, dopo anni di convivenza pacifica, la corte di Teodorico, il papato romano e l'Impero d’Oriente e nel 523, davanti alla corte di Teodorico, a Verona, difese il patrizio Albino, accusato di complottare per l'Imperatore d'Oriente.

Imprigionato a Pavia con le accuse di tradimento, sacrilegio e magia, Boezio visse il resto della vita in carcere, scrivendo qui la sua opera più famosa e celebrata, La consolazione della Filosofia e alla fine del processo, nel 525, venne ucciso per ordine di Teodorico.

L'opera di traduzione e commento dell'ultimo degli Antichi, come fu definito Boezio, fu fondamentale per la conservazione e la trasmissione al mondo latino della cultura filosofica greca. La traduzione di Aristotele era parte di un programma complesso, che vedeva anche la traduzione di tutti i dialoghi di Platone, in modo da far emergere la convergenza delle due maggiori filosofie del passato, come lo stesso Boezio spiegò nel suo commento al De interpretatione.

 

Di fatto, il progetto di traduzione si limitò alle opere logiche di Aristotele, e la conciliazione dei due filosofi non avvenne, ma grazie a Boezio la terminologia logica aristotelica passò alla lingua latina, e la tradizione filosofica medievale se ne servì con alcuni concetti universalmente utilizzati in ambito filosofico come atto (actus), potenza (potentia), principio (principium), universale (universale), contingente (contingens).

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