Cinema a Pavia: Il cappotto

  • Paola Montonati

cappotto manifesto All’inizio degli anni Cinquanta Pavia fece da sfondo alle riprese di Il cappotto, uno dei capolavori di Alberto Lattuada, tratto da un racconto di Nikolaj Gogol e interpretato, in un ruolo drammatico, dal comico Renato Rascel.

La trama

Nella Pavia degli anni Trenta lo scrivano Carmine De Carmine, impiegato presso il Comune, abita in una pensione; lavora con impegno e diligenza, ma è continuamente mortificato dal Segretario generale del Comune e dal Sindaco e, col suo magro stipendio, non riesce a comprare il cappotto nuovo di cui avrebbe bisogno.

Un giorno una donna bella ed elegante, ritenendolo un mendicante, gli dona una somma e grazie a quella Carmine riesce a ordinare a un sarto un cappotto su misura, con bavero di pelliccia.

Mentre è impegnato nel suo lavoro, Carmine assiste a un colloquio compromettente in cui degli imprenditori promettono una tangente al Segretario e questi, per tenerselo buono, gli promette un cospicuo premio di produttività.

Intanto il cappotto è pronto e Carmine lo indossa con soddisfazione, passeggiando per tutta la città, seguito a distanza dal sarto, orgoglioso del suo lavoro.

A Capodanno, sempre indossando il suo acquisto, si reca al ricevimento organizzato dal Segretario generale, dove rivede la signora che gli aveva regalato il denaro e che è in realtà l'amante del Sindaco, anche se Carmine non lo sa.

Alticcio per i numerosi brindisi, il giovane fa un discorso a favore dei poveracci, accolto con freddezza dai partecipanti, prima di ballare un valzer con la donna.

Dopo la festa, Carmine si avvia verso casa, ma viene aggredito da un vagabondo che lo deruba del cappotto, così chiede aiuto ma si trova di fronte all'indifferenza della gente e soprattutto del Sindaco, che si rifiuta di aiutarlo.

Avvilito e disperato, Carmine rimane vittima di un esaurimento nervoso che lo debilita fino alla morte.

Ma Carmine riuscirà finalmente ad avere la sua rivincita. Prima disturba con il suo funerale una cerimonia pubblica officiata dal Sindaco; poi ritorna come fantasma per le strade della città a reclamare giustizia, terrorizzando i cittadini e divertendosi a spogliarli dei loro soprabiti nelle serate d'inverno.

In seguito, si reca a casa dell'amante del Sindaco per disturbare la loro intimità, poi appare al Sindaco e lo spaventa, spingendolo a un tardivo pentimento.

Location del film a Pavia

Il municipio dove lavora De Carmine è lo storico Palazzo Mezzabarba, il vero municipio della cittadina lombarda, mentre la via dalla quale il sarto osserva De Carmine mentre sfoggia orgoglioso il cappotto nuovo è via Lunga.

La via dove De Carmine, uscito dalla festa dove ha ballato con l'amante del sindaco, s’incammina verso casa è il passaggio tra Via Cardano e via Porta Calcinara, per poi essere derubato del cappotto nuovo da uno sconosciuto sul Ponte Ticino (lato del Borgo).

Invece la via decorata a festa per la visita di un'alta personalità, percorse dal codazzo di politici è lo slargo di Via Garibaldi con via Langosco, mentre il corteo funebre di De Carmine tenta di passare dalla via laterale di San Giovanni in Borgo, ma è bloccata, poi passa per una piazza, dove si tiene un comizio, oggi nota come Piazza San Teodoro.

Il regista

Nato a Vaprio d'Adda il 14 novembre 1914, Alberto Lattuada conobbe la magia dello spettacolo assistendo alle rappresentazioni delle opere composte dal padre, il musicista Felice Lattuada, ma furono le platee cinematografiche ad attrarre la sua attenzione.

Alla fine degli anni Trenta, insieme a Mario Ferrari e Gianni Comencini, ebbe l’idea di quella che diventerà la Cineteca italiana che salvò opere come Femmine folli (1921) di Erich von Stroheim, Il monello (1921) di Chaplin, capolavori di Fritz Lang e René Clair, nonché la Lulù di Pabst e L'angelo azzurro di Sternberg.

Dopo essersi interessato di fotografia e di critica cinematografica, collaborò in veste di sceneggiatore e aiuto regista a Sissignora (Ferdinando Poggioli, 1941)Piccolo mondo antico (Mario Soldati, 1941) e debuttò nella regia con Giacomo l'idealista(1942).

Considerato nel primo dopoguerra uno dei più nori esponenti del neorealismo, successivamente si cimentò nella trasposizione delle opere di grandi autori come Riccardo Bacchelli (Il mulino del Po, 1949), Gogol (Il cappotto, 1952), Verga (La lupa, 1953).

Nel 1951 Anna fu acclamato negli Stati Uniti, grazie anche alla presenza di Silvana Mangano, poi la figlia del capitano nella megaproduzione La tempesta (1958).

Già dagli anni '50 i film del regista incorsero nelle ire della censura, come La spiaggia (1954), dove non esitava a denunciare pregiudizi e ipocrisie della morale piccolo borghese nei confronti di una prostituta.

In seguito pur continuando a portare sullo schermo opere letterarie, Lattuada ebbe un profondo interesse per il mondo dell'adolescenza, con Guendalina e I dolci inganni (1960) dove recitano le giovanissime Jacqueline Sassard e Catherine Spaak, poi Ewa Aulin (Don Giovanni in Sicilia, 1967), Teresa Ann Savoy (Le farò da padre, 1974), Nastassja Kinski (Così come sei, 1978) o Barbara De Rossi e Clio Goldsmith (La cicala, 1980).

Dopo aver subito i tagli della censura, il regista mise Ugo Tognazzi in un harem composto dalle tre sorelle Tettamanzi, in Venga a prendere il caffè...da noi del 1970, dal romanzo di Piero Chiara La spartizione.

Negli anni Ottanta Lattuada si dedicò esclusivamente alla televisione, a partire dal kolossal Cristoforo Colombo (1985), cui seguirono Due fratelli (1987) e Mano rubata (1988) prima di morire a Orvieto il 3 luglio 2005.

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