Carlo Cordara, giornalista medese

  • Paola Montonati

carlo cordaraPungente e ironico, Carlo Cordara ebbe una parte importante nella storia della Lomellina del Novecento, nel periodo intercorso tra le due guerre…

Carlo Cordara nacque a Piacenza il 10 novembre 1877, e conseguì il diploma di geometra all’istituto Romagnosi della sua città natale, ma la sua passione era fin da allora il mondo del giornalismo, mondo che diventerà il palcoscenico della sua vita.

Prima della Grande Guerra Cordara si trasferì a Pavia, dove diresse il quotidiano moderato e monarchico La Patria.

Ma nel 1919 la sua vita, dal punto di vista personale e professionale, cambiò radicalmente quando a

Mortara la Federazione proletaria lomellina e il Partito socialista ebbero grande influenza e potere su gran parte della città, contrastati da un gruppo di liberali e di conservatori.

Di questo gruppo facevano parte l’ex sindaco Bernardo Colli, il medico Francesco Pezza, l’industriale Pietro Guglielmone, il marchese Gaspare Corti, i fratelli Gregotti e Mario Casalone, esponenti di spicco dell’Agraria mortarese.

In quello stesso periodo Colli chiamò Cordara in città per offrirgli la direzione del nuovo giornale di Mortara, Il Risveglio.

Il nuovo direttore si trasferì con la moglie e i figli, che con gli anni divennero ben sei, in una villa di Corso Cavour e nella sua nuova posizione il nemico numero uno fu Il Proletario, settimanale della Federazione proletaria.

Dopo le elezioni politiche del novembre 1919, in cui il Psi vinse in tutta la Lomellina, Cordara sul Risveglio scrisse un feroce commento alla “borghesia pavida, ingorda, pigra e corrotta, che nulla ha saputo fare per contrastare il cammino dell’aberrazione bolscevica”.

Il settimanale del coraggioso giornalista, nel clima di feroce lotta politica di quegli anni, raggiunse la tiratura record di 5mila copie.

Nel primo dopoguerra Cordara l’8 maggio 1921 accolse a Mortara Benito Mussolini, che, durante il grande veglione al teatro Vittorio Emanuele, promise che “Se vado al potere, Mortara diventerà capoluogo di provincia. Garantito”.

Ma, arrivato a Roma, il duce non mantenne la promessa poiché la Lomellina era guidata da un fascista, poi diventato dissidente, Cesare Forni, che tolse Il Risveglio dalle mani di Cordara.

Amareggiato, il giornalista si distaccò dal fascismo, si trasferì a Mede con la famiglia. e, nel secondo dopoguerra, collaborò con L’informatore lomellino e La gazzetta del popolo, ormai lontano dalle idee degli anni giovanili.

Inoltre Cordara s’interessò all’elettrotecnica, costruendo germinatoi, frigoriferi, biciclette elettriche, e brevettò la chiusura dei passaggi a livello incustoditi e un arto artificiale.

Nel 1959 scrisse in una lettera al giornalista mortarese Giancarlo Torti “Forse lei non sa che io ho nel sangue la malattia giornalistica da quando avevo vent’anni, non sa che ho subìto processi e condanne per l’irresistibile impulso di scrivere sempre quel che mi sembrava giusto e onesto”.

Dal 1969 il giornalista divenne membro onorario del Centro Artistico Culturale Giuseppe Amisani di Mede, fondato dal professore Giuseppe Masinari.

Inoltre, nei suoi ultimi anni di vita, conobbe il giornalista della Stampa Giampaolo Pansa, che nei suoi libri spesso raccontò la Lomellina degli anni Venti.

 

Quando, il 19 aprile 1972, Cordara morì nella sua casa di Mede, a 94 anni, dopo aver raccontato migliaia di fatti lomellini, Torti scrisse ”Era il decano dei giornalisti della provincia di Pavia, impegnato nell’attiva milizia del giornalismo da una settantina d’anni. Ha vissuto da protagonista, ma da uomo completo com’era, tutti i più importanti avvenimenti storici di quest’epoca”.

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