Agostino Poma, raccontare la Pavia di una volta

  • Paola Montonati

poma pavia paola foto “Torno a Pavia. Sono un redeunte vespertino e ogni volta che mi assento da questa città, studio gli orari in modo di far coincidere il rientro con le ombre della notte incipiente. A ogni ritorno si disposano finezze sentimentali ben disponenti: e a riflettere che per l’occasione scelgo le ore notturne, si capisce bene quanto di dolcemente indistinto entri a rendere più patetico questo caro attimo. So il suono degli scambi ferroviari, il colore e l’approssimativa distanza delle luci; dopo la svolta vedrò la notturna schiarita del cielo, lo specchio del Ticino. M’affaccio: la prima sagoma che scoprirò sarà quella della cupola del Duomo, l’imponente costruzione che si eleva sul complesso della città con tali ardimenti e sicurezza da meravigliare. Poi, ecco i Lungoticino, ricamati di luce: io sono tutt’occhi, come se questo spettacolo fosse della più fresca novità: invece l’ho goduto mille volte e, dato che sono pavese, ogni volta il suo ripresentarsi mi ha affettuosamente intenerito. Ecco: il cuore ha un battito in più, e Pavia serale è lì, con la sua inconfondibile sagoma, scenario alla cui ombra torno a vivere le ore della mia pace. Non penso agli attributi storici e artistici ai quali Pavia affida la sua fama. Quella che mi viene incontro con le sue luci né troppo vivide né troppo dimesse, è una città di famiglia, in cui non sono scomparsi i luoghi nei quali ancora è concesso sedere ai margini di verdi giardinetti e godersi il rezzo serale”.

(Agostino Poma, Ritorno a Pavia)

Il 19 agosto 1967 a Pavia morì Agostino Poma, lo scrittore della Pavia dei primi del Novecento, amatissimo ancora oggi…

Poma era nato nel 1914 a Cura Carpignano, il villaggetto della piana, come lo chiamava, rimasto per sempre parte della sua vita.

Per motivi di studio arrivò giovanissimo a Pavia e ne respirò così a fondo l’atmosfera culturale da meritarsi quasi una cittadinanza onoraria.

La vide come una città di famiglia, ricca di regalità, e la descrisse nei momenti più intimi, che fosse avvolta nella nebbia o luccicante sotto la pioggia, alla prima luce del giorno o nei momenti estatici del crepuscolo e della sera ormai discesa, in una Pavia d’altri tempi, intrisa di storia e di cultura, ma soprattutto di una forte umanità.

Nei suoi lavori la realtà storica venne modellata in visioni d’intensa bellezza, al punto che Faustino Gianani, storico pavese, considerava Poma un modello di stile da offrire ai giovani studenti della città.

Poma ha lasciato una trentina di pubblicazioni, di cui una ventina dedicate ai ragazzi, alcune tradotte in francese e spagnolo, oltre ad aver lavorato presso la scuola elementare che nella formazione dei giovani maestri al Cairoli di Pavia.

Tra questi spiccano la Storia del canarino Zicicì, Quattro teste matte e sei volumi dedicati ai personaggi illustri della penisola italiana. 

Ma soprattutto i suoi lavori raccontano di un’umanità semplice e buona, come nei racconti brevi che l’Editrice San Paolo nel 1952 raccolse nel volumetto L’arca di Noè, oltre che nelle biografie di Giosuè Borsi e di San Giuseppe Moscati.

La sua dimensione di poeta si nascose in quattro volumetti, pubblicati per gli amici, ricchi di un mondo di sentimenti delicati, nascosti quasi con pudore e delineati con eleganza inconsueta, ma con un linguaggio spontaneo e ricco di arguzia.

Poma era molto legato al dialetto di Cura Carpignano, quello di una gente semplice, cordiale, con una vita tra l’acqua delle rogge, la casa di campagna, la stalla, il cortile, l’orto, il cavallo, i cibi semplici, la gente umile, povera, e una forte fede in Dio, che furono parte della sua giovinezza.

Oggi le sue opere e la produzione giornalistica sono reperibili presso il ricco archivio della Biblioteca civica Bonetta di Pavia. 

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