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Plasmaterapia, le fasi del progetto e i risultati illustrati dai ricercatori

  • Paola Montonati

96708685 321443905503976 5580721526207938560 nAlla conferenza stampa convocata nell’auditorium Testori di Palazzo Lombardia, Carlo Nicora, direttore generale del Policlinico San Matteo di Pavia, parlando del plasma iperimmune da pazienti Covid, ha illustrato il progetto di studio pilota iniziato il 17 marzo scorso e concluso l’8 maggio, intitolato Plasma da donatori guariti come terapia per pazienti critici.

Il titolo scientifico completo è Plasma da donatori dalla malattia da nuovo Coronavirus 2019 (Covid-19) come terapia per i pazienti critici affetti da Covid-19.

“Il plasma donato da soggetti convalescenti/guariti – ha spiegato il Dott. Nicora – è stato già utilizzato per la terapia di varie malattie infettive. E, anche se la dimostrazione della sua efficacia e sicurezza richiede ulteriori studi, vari ricercatori hanno segnalato un effetto positivo. In termini di riduzione della carica virale, della risposta infiammatoria alle citochine e della mortalità”.

Di fatto, quanto sperimentato e che rientrerà in una pubblicazione scientifica che uscirà nei prossimi giorni, ha dimostrato che “la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20 per cento – ha riferito il professor Fausto Baldanti, virologo del San Matteo di Pavia – e il nostro primo obiettivo era verificare se la terapia con plasma iperimmune riducesse la perdita di vite umane. Abbiamo sperimentato che, utilizzando la nostra tecnica, la mortalità si è ridotta al 6 per cento”.

La ridotta mortalità dei pazienti. “In altre parole – ha detto ancora Baldanti – da un decesso atteso ogni 6 pazienti, si è verificato un decesso ogni 16 pazienti. Contemporaneamente constatavamo che i parametri erano migliorati al termine della prima settimana, così come la polmonite bilaterale, calata in maniera drastica”.

Questa strategia è stata utilizzata fin dall’inizio del secolo scorso, ma ha ricevuto un crescente interesse nella terapia della MERS (Middle East Respiratory Syndrome da coronavirus), nella influenza aviaria (H1N1 e H5N1), nella SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e nella infezione da Ebola.

Le tappe fondamentali dello studio. “L’idea di effettuare questo studio – ha ricordato Nicora – è nata nella prima decade di marzo, tra la seconda e la terza settimana in cui il Covid-19 era presente in Lombardia”.

‘Nella prima decade di marzo – ha chiarito Nicora – quando è stato scritto il protocollo di studio, il Ministero della Salute Italiano il giorno 9 segnalava 8.514 persone positive, di cui il 59,2% ricoverati con sintomi, il 10,3% ricoverati in terapia intensiva; il 30,5% in isolamento domiciliare, il 9,9% guariti. I ricercatori hanno pensato quindi di studiare l’effetto della immunizzazione passiva somministrando anticorpi specifici contro il Coronavirus contenuti nel plasma ottenuto dai soggetti guariti."

L’uso terapeutico del plasma, in base a quanto evidenziato dalla letteratura scientifica “L’uso di plasma da donatori convalescenti – ha detto ancora il direttore generale del San Matteo di Pavia – potrebbe avere un ruolo terapeutico, senza gravi eventi avversi nei pazienti critici affetti da COVID-19; la possibilità di disporre di donatori locali offre il valore aggiunto di dare una immunità specifica acquisita contro l’agente infettivo proprio del ceppo locale, in considerazione del fatto che in altre aree il ceppo potrebbe essere differente; la possibilità di raccogliere il plasma mediante procedura di plasmaferesi con rapidità ed efficacia, mettendolo immediatamente a disposizione del paziente che ne abbia necessità, rappresenta in questo momento una possibilità terapeutica ulteriore, Oltre a questi aspetti ad oggi non esistono studi in letteratura che ne dimostrino la fattibilità e l’efficacia nell’ambito dell’epidemia mondiale di SARS-CoV-2”.

Il professor Fausto Baldanti si è poi soffermato sugli aspetti più tecnici relativi alla immunizzazione passiva. Cioè la somministrazione di plasma che contiene anticorpi specifici contro il Coronavirus. “La prima domanda alla quale i ricercatori sono stati chiamati a rispondere – ha sottolineato Baldanti – era relativa a quali e quanti potevano essere gli anticorpi anti coronavirus presenti nel plasma dei guariti; la seconda: individuati gli anticorpi neutralizzanti, una volta trasferiti passivamente, avrebbero potuto favorire un miglioramento della situazione clinica?”

Gli obiettivi che i ricercatori si sono posti sono stati 3: studiare se usando il plasma diminuiva la mortalità nel breve periodo, se questo producesse miglioramenti dei parametri respiratori e di quelli legati all’infiammazione.

L'importanza degli anticorpi neutralizzanti. “Prendendo il siero di pazienti che hanno superato l’infezione (a due settimane dal primo caso) e aggiungendolo a colture cellulari – ha detto Baldanti – abbiamo visto che il virus si fermava. Quindi c’erano anticorpi neutralizzanti. Bisognava sapere quanti erano presenti”.

L’altro elemento da chiarire era fino a che punto la diluizione del siero manteneva la sua efficacia contro il virus. Per spiegarlo, il prof. Baldanti ha fatto l’esempio della diluizione del vino in acqua: fino a quando diluendo il vino nell’acqua riusciamo a distinguerne ancora il sapore? Di qui l’applicazione di un parametro che in linguaggio scientifico si definisce ‘Titolo’ e serve per capire quale diluizione di siero è ancora in grado di uccidere il virus in coltura. Il risultato ottenuto ha accertato che il rapporto è 1:640, ossia diluendo 640 volte il plasma di un paziente, questo riesce a uccidere il virus.

“Una volta stabilito il plasma da raccogliere, bisogna raccoglierlo bene, in sicurezza – ha detto Cesare Perotti, Direttore servizio Immunoematologia Policlinico San Matteo Pavia – e in modo rapido. Possiamo fare tutto questo grazie ai separatori cellulari che sono delle apparecchiature in funzione in almeno 36 centri in Lombardia e quindi è una possibilità di raccolta molto vasta e molto ampia, però c’è un percorso, chi si siede a donare il plasma convalescente, quindi è guarito dalla patologia, deve garantire la sicurezza di avere in circolo questi anticorpi”.

“Il percorso – ha detto ancora – è un percorso di triage. Quindi comporta un lavoro di rintracciamento del soggetto, arruolamento con visita medica accurata, perché non va dimenticata la sicurezza del donatore. E, una volta fatto questo percorso, finalmente il paziente convalescente si siede e, in circa 35-40 minuti, si riesce a ottenere una quantità di plasma standardizzato di circa 600 ml. La quantità ottimale da infondere è circa 300 ml. Quindi da un solo paziente convalescente si ottengono due dosi di plasma per le cure”.

“Quella della plasma iperimmune da pazienti Covid – ha rimarcato – è una ‘terapia solidale’. E si può fare in tutta sicurezza. Grazie a queste apparecchiature che sono a disposizione di qualsiasi centro in Lombardia, ma non solo, che è in grado di farle funzionare”.

Il professor Raffaele Bruno, direttore di Malattie Infettive al Policlinico San Matteo di Pavia ha chiarito la fase di selezione del campione di pazienti protagonisti dello studio pilota. “Questi studi – ha chiarito – si fanno su un numero di pazienti limitato. Gli studi pilota servono a testare un’idea, per capire se si può operare in sicurezza, con determinati criteri. Il nostro era quello di verificare l’efficacia del plasma. Confermata l’idea si può passare a studi con numeri superiori”.

“Criteri di selezione dei pazienti – ha spiegato – erano che avessero di più di 18 anni, il tampone positivo, evidenziassero distress respiratorio. Ovvero difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o necessità di intubazione. E che ci fosse una radiografia al torace positiva che mostrasse la polmonite interstiziale bilaterale. Nonchè che avessero caratteristiche respiratorie tali da far preoccupare il clinico sulle loro condizioni”.

“Sono stati arruolati  46 pazienti, l’ultimo l’8 di maggio. Abbiamo finito il follow up che prevedeva come termine la mortalità a una settimana e il non ingresso in rianimazione. L’arruolamento dei pazienti ha interessato – ha spiegato – Mantova e Pavia. Con un paziente proveniente da fuori regione, da Novara. Sette erano intubati. E tutti avevano necessità di ossigeno. Senza essere in età avanzata”.

“Noi dobbiamo ringraziare l’Università di Pavia per il grandissimo lavoro scientifico che è stato fatto prima di cominciare in clinica – ha spiegato Raffaello Stradoni, Direttore Generale dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova – devo dire che quando sono arrivate le prime sacche da Pavia per i nostri clinici è stato un cambio di passo; la cosa che mi ha colpito, io ero in Unità di crisi, è stato vedere persone prima disperate perché non riuscivano a gestire i pazienti, avere finalmente un raggio di speranza. Non conosco ancora gli esiti della sperimentazione, ma sono molto convinto che saranno positivi, proprio per questo motivo'”

Un trattamento facile da effettuare. “A colpirmi è stata anche la facilità di questo trattamento terapeutico – ha detto Stradoni – che davvero è a disposizione di ogni centro trasfusionale. Noi abbiamo un ottimo centro trasfusionale che però non è universitario, siamo un’azienda provinciale, tuttavia il nostro centro è stato in grado di raccogliere una grande quantità di sacche. Anche con l’aiuto dei donatori. E ringrazio Avis, che ha lavorato egregiamente, e questo ci ha consentito di raccogliere rapidamente il numero di soggetti che ci era stato assegnato”.

L'importanza della collaborazione con il team di Mantova. “Tramite poi tutta l’organizzazione che abbiamo a Mantova – ha sottolineato – che è un’équipe consolidata, siamo riusciti a produrre e a fornire dati che adesso verranno valutati. Devo dire che è un trattamento molto efficace a mio parere – ha aggiunto Stradoni – poi i medici si esprimeranno meglio di me ed è una cosa che ci è servita anche per ridare la speranza, e la possibilità di andare avanti, Non posso far altro che ringraziare chi ha pensato a questa iniziativa veramente lodevole e ci ha consentito di agganciarci”.

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