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Coronavirus, studio epidemiologico su 4mila persone. I risultati della ricerca del gruppo Humanitas in Lombardia

  • Paola Montonati

schermata 2015 12 03 alle 10.09.30Sono il 15% le persone venute a contatto con il Coronavirus nel gruppo Humanitas, senza sostanziali differenze fra operatori sanitari in prima linea nei reparti Covid e personale di staff in smartworking. È quanto emerge dal primo studio epidemiologico italiano di grandi dimensioni, condotto da Humanitas su 4mila professionisti delle strutture lombarde del Gruppo, basato su test sierologici e, in caso di IgG positive, tampone.

Comprendere l’effettivo sviluppo della risposta immunitaria (IgG) a Covid-19 tra i professionisti delle strutture lombarde del gruppo Humanitas: medici, infermieri, operatori socio sanitari, tecnici ma anche personale di staff. È l’obiettivo di Covid Care Program, da cui sono emersi risultati che ci aiutano a capire meglio come e dove il virus sia circolato, quante persone sono state realmente esposte e, in ultima analisi, quale livello di immunità «di gregge» potremmo aver raggiunto.
«Lo studio - spiega Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e professore Emerito di Humanitas University - mira a contribuire allo sviluppo delle conoscenze sulla risposta anticorpale e sulla correlazione tra questa e la protezione dal virus. Un lavoro che si distingue per dimensioni e perché dedicato a una popolazione specifica come quella ospedaliera. Ne emerge che l’ospedale, se ben protetto, può essere un luogo sicuro per i pazienti e per chi ci lavora. I dati evidenziano inoltre come la diffusione del virus tra il personale delle diverse strutture sia in linea con la situazione del territorio di appartenenza».
I primi risultati sono stati resi disponibili in modalità open access (www.medrxiv.org), che consente alla comunità scientifica di disporre dei dati in attesa della loro pubblicazione sulla rivista scientifica cui il manoscritto è stato sottomesso.

Lo studio, su base volontaria, inizia con un prelievo di sangue per la ricerca di anticorpi IgG anti-SARS-Cov2 (analisi sierologica) e un’analisi anamnestica cui segue, in caso di presenza degli anticorpi, un tampone per la ricerca del virus. Con fine maggio si conclude la prima fase dello studio, che prevede una partecipazione articolata in 4 fasi per la durata complessiva di un anno: i test sierologici verranno quindi ripetuti ad agosto e novembre 2020, ed infine a maggio 2021.

«Abbiamo testato e misurato la presenza di anticorpi IgG contro SARS-CoV-2, che rappresentano la traccia del contatto con il virus e potrebbero avere un ruolo protettivo - spiega Maria Rescigno, ricercatrice di Humanitas e docente di Humanitas University, che ha coordinato Covid Care Program - in 3.985 persone. Tutti professionisti di ospedali e centri Medici Humanitas situati in Lombardia che, in questi mesi, hanno avuto un livello diverso di esposizione al virus». Il gruppo Humanitas con il centro Gavazzeni a Bergamo, trasformato fin dall’inizio dell’emergenza in un ospedale Covid (con 260 posti letto dedicati), e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas Mater Domini di Castellanza, che dal 23 febbraio hanno messo a disposizione rispettivamente 300 e 75 posti letto per pazienti Covid, sono state certamente le strutture più esposte al virus. Lo studio è stato condotto anche in Humanitas San Pio X a Milano e nei Medical Care presenti sul territorio di Milano e Varese.

«Dallo studio - prosegue la professoressa Rescigno - emerge che la percentuale di positivi agli anticorpi IgG contro SARS-CoV-2 è pari al 15%: si va dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 43% di Humanitas a Bergamo, la zona non solo lombarda, ma d’Italia più duramente colpita da Covid. Insieme a questo dato, la percentuale di positività identica fra operatori sanitari (medici e infermieri) che sono stati in prima linea contro il virus e personale di staff, che per lo più ha lavorato da casa in smartworking, fa pensare che la diffusione del virus sia avvenuta per lo più al di fuori degli ospedali. Un dato rinforzato dall’alta percentuale di professionisti (32%) che sono stati a contatto diretto con familiari affetti da Covid».

Da notare come il maggior numero di positivi si registri fra le donne (14% rispetto all’11% degli uomini), mentre l’esposizione al virus varia in base all’età, decrescendo nel sesso femminile con l’aumentare degli anni. Gli uomini registrano invece un picco di positività tra i 40 e 50 anni: «Fra le persone positive alle IgG, la percentuale di asintomatici è il 10%, superiore (20%) quella di chi ha avuto 1-2 sintomi (paucisintomatici) per lo più perdita di olfatto e/o gusto e febbre».

«Il progetto - aggiunge Alberto Mantovani - rappresenta un contributo originale alla Ricerca per la lotta contro Covid-19. Non ha l’obiettivo di fornire la cosiddetta ‘patente immunitaria’ perché allo stato attuale delle conoscenze nessuno può assicurare che una persona non si ammalerà, o riammalerà, di Covid-19 sulla base della presenza di anticorpi». Resta quindi fondamentale, anche per chi ha partecipato allo studio, attenersi ai comportamenti responsabili suggeriti dalle Autorità Sanitarie regionali, come mantenere la distanza sociale e indossare la mascherina.

«L’importanza dello studio - conclude il professor Mantovani - è legata al fatto che permetterà, grazie alle fasi successive, di chiarire la relazione esistente fra i diversi livelli di anticorpi e la resistenza al virus, aiutandoci a definire la quantità di anticorpi necessaria per avere una protezione efficace ‘sul campo’. Inoltre, permetterà di capire quanto durano la risposta e la memoria immunologica e, quindi, l’eventuale protezione».

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