Conversazione su Stefano D'Arrigo

  • Paola Montonati

17275 170 fotodarrigoSarà dedicata allo scrittore siciliano Stefano D'Arrigo la giornata di studi di giovedì 5 dicembre dalle 15.30 al Collegio Borromeo di Pavia, intitolata In una lingua che non so più dire. Contemporaneità di Stefano D'Arrigo, organizzato da Lorenzo Blasi, alunno del Borromeo.

Stefano D’Arrigo nacque ad Alì Terme, in provincia di Messina, il 15 ottobre 1919 e, dopo aver studiato a Milazzo, si laureò a Messina con una tesi sulla lirica di Hölderlin.

In seguito D’Arrigo venne chiamato alle armi in Friuli tra i Volontari Universitari per poi svolgere servizio come sottotenente a Palermo durante la Seconda Guerra Mondiale, assistendo allo sbarco alleato.

Si stabilì a Roma nel 1946 per dedicarsi al giornalismo e alla critica d’arte, divenne amico del pittore Renato Guttuso e collaborò come critico d’arte a Il tempo, al Giornale d’Italia e al settimanale Vie Nuove.

Nel 1957 pubblicò presso l’editore Scheiwiller la raccolta di poesie Codice siciliano in cui rivivono immagini e miti della Sicilia e nel 1960 Elio Vittorini pubblicò sulla rivista Il Menabò due brani di un romanzo, I giorni della fera, suscitando forte interesse da parte della critica.

Il caso D’Arrigo esplose nel 1975, dopo una gestazione durata quindici anni, con l’uscita del romanzo Horcynus Orca, scatenando controversie letterarie.

La trama del romanzo racconta la storia del reduce Ndrja (Andrea) Cambrìa, pescatore di Cariddi arruolato in marina, che torna al paese natale dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Sulle sponde della Sicilia, il giovane percepisce il degrado della guerra, il cui simbolo è l’Orca, che porta scompiglio nel mare.

Alla fine Ndrja morirà nella lotta con la sentinella di una portaerei alleata, trovano una misteriosa e fatale fraternità con la vita e la morte.

La vicenda vede un gran numero di digressioni ittiche, favole e leggende marinaresche nonché da divagazioni che rimandano alla mitologia classica, alla Bibbia, a Omero, a Dante e ad Ariosto, che mutano la storia del ritorno in patria di un reduce in un nesto impossibile perché il mondo lasciato alla partenza esiste ormai solo nel ricordo.

Nella prosa di D’Arrigo si distinguono tre livelli linguistici, il dialettale, quello inventivo tra neologismi, aggregazioni, deformazioni, accoppiamento di parole e suoni per estrarre tutti i possibili significati e l’italiano colto e talora persino arcaico.

Il secondo romanzo di D’Arrigo fu Cima delle nobildonne, pubblicato nel 1985, dove lo scrittore rinuncia allo sperimentalismo linguistico e affronta la bio-tecnologia in ospedali e laboratori di ricerca dove Amina, un ermafrodito bellissimo, viene trasformato definitivamente in donna.

L’interesse si focalizza sul tema della maternità, dove il professor Planicka scopre che è la placenta a trasmettere al feto le cellule stimolo della metastasi.

Sempre isolato dal mondo letterario ufficiale, D’Arrigo mori a Roma il 2 maggio 1992.

A Horcynus Orca saranno riservate le relazioni di Siriana Sgavicchia dell’università di Perugia, Daria Biagi dell’università di Padova, Flavio Santi dell’università dell'Insubria, mentre Federico Francucci dell’università di Pavia racconterà Cima delle nobildonne.

L'ingresso all’incontro sarà libero.

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