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Miley Cyrus si tatua sul braccio il ducale simbolo dell'Insubria e di Milano

  • Paola Montonati

70510512 340761656638938 1244548773531615232 nIl recente viaggio-vacanza in Italia, con tappe sulle Dolomiti e sul lago di Como, ha decisamente affascinato e impressionato Miley Cyrus, ex stellina della Disney e ora pop star internazionale, che ha deciso di portarselo sempre con sé.

Tra i suoi diversi tatuaggi, nei giorni scorsi ne è comparso uno nuovo sul braccio sinistro e lo ha mostrato ai suoi fans con un messaggio su istangram, postato dal suo tatuatore di fiducia Doctor Woo. "Cool old sculpture found in Italy" “Una scultura molto cool che ha scoperto in Italia”. Un tatuaggio vistoso, che ha fatto il suo debutto ufficiale sulla pelle di Miley Cyrus durante la sua esibizione ai recenti Video Music Awards.

Il tatuaggio raffigura quello che i milanesi e più in generale i lombardi è il “biscione”: un serpente con la corona, che non è una scultura, ma lo stemma della casata dei Visconti, antico simbolo di Milano e dell'Insubria, che compare un po' ovunque in questi territori. In particolare a Vigevano, che fu la città ideale di Ludovico il Moro.

Lo stemma coincise con quello della casata dei Visconti, “d'argento alla biscia d'azzurro ondeggiante in palo e coronata d'oro, nell'atto di ingoiare un fanciullo”.

A partire dall'undicesimo  secolo lo stemma raffigurante il biscione ondeggiante, venne assunto dalla famiglia Viscontea in occasione dell’ascesa a Signori di Milano, per poi essere trasmesso come simbolo del ducato e della città stessa fino alla soppressione napoleonica. Si suppone che l'immagine del serpente traesse origine dalla figura mitologica del basilisco, immagine che, secondo una leggenda, i Visconti avrebbero adottato da un simbolo già presente a Milano. Si narrava di un tempo in cui la città era in preda al panico per la presenza del feroce drago Tarantasio, che faceva strage tra la popolazione fin quando Umberto Visconti si avviò alla caverna dove il drago stava per divorare un bambino; dopo una lotta durata due giorni Umberto ebbe la meglio e Milano fu liberata. In memoria di questa impresa nell'insegna dei Visconti venne introdotta l'immagine del drago con un bambino in bocca.

La sua origine iconografica in Europa, però è ben nota già nell'arte paleocristiana, raffigurerebbe il profeta Giona dell'Antico Testamento ingoiato da un serpente marino.

Il simbolo dell’antico Ducato di Milano (1395-1797), che nella sua massima espansione comprese buona parte dei territori della valle Padana, spingendosi a Nord fino al Gottardo nell’attuale Canton Ticino svizzero, a sud in Toscana e nel Genovese. La bandiera, detta il Ducale, non è altro che la trasposizione dell’arma familiare dei Visconti, che già erano signori di Milano dal 1277, ai tempi della loro elevazione nel 1395 a Duchi di Milano e Vicari Imperiali Generali di Lombardia per concessione di Venceslao di Lussemburgo, Re di Germania e dei Romani.

Venne coniato sulle monete ducali, raffigurato su stemmi, oggetti, castelli, palazzi, cascine, ovunque a rappresentare il dominio visconteo-sforzesco, e in tempi più vicini anche per il Regno Lombardo-Veneto, in un’insolita e particolare combinazione tra il Biscione e il Leone, simbolo di Venezia.

Biscioni viscontei e Ducali (dipinti, incisi, scolpiti…), sono presenti in centinaia di luoghi in un territorio vastissimo che oltrepassano gli storici confini lombardi, in quasi tutti i paesi in un’ampia fascia tra Lombardia, Emilia, Ticino, Piemonte orientale e Liguria. Da Albenga, a Bellinzona a Bologna, da Cracovia, Dublino, Innsbruck, Monaco di Baviera, Praga, Vienna, Berlino.

Il "Biscione" è stato adottato come logo, da importanti realtà industriali di caratura mondiale, una su tutte la gloriosa Alfa Romeo, detta anche comunemente la casa del biscione, ma anche da Mediaset, Gilera, Carlo Erba e molte altre ancora. Il biscione è anche lo storico simbolo dell'Inter.

Il biscione è menzionato da Dante Alighieri nella Divina Commedia come:"... la vipera che il Melanese accampa", nell'ottavo canto del Purgatorio, v. 80.

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