Re Inverno 2016 a Mede

corte re inverno mede 1Domenica mattina, in una Mede ancora avvolta dalla nebbia, dove un sole pallido si stava facendo lentamente strada, ero alla contrada San Rocco, per assistere alla festa intorno al falò di Alla corte magica di re Inverno, organizzata dalla Fucina di San Rocco. 

Un corteo ricco di gnomi, folletti, fate, principi, eleganti dame e personaggi fantastici ha sfilato nel centro di Mede, per salutare la fine dell’autunno e l’arrivo dell’inverno, la stagione del lungo riposo della natura fino al risveglio primaverile.

La storia di Re Inverno ha le sue radici in quel periodo dove, mentre l'anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre.

Allora il respiro della natura è sospeso, nell'attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi in quello che è uno dei momenti di passaggio dell'anno, dove l'oscurità regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, da quel giorno inizia a prevalere sulle brume invernali fino al primo giorno di primavera.

Infatti, dopo il Solstizio, da sempre la notte più lunga dell'anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi, in un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo. 

Anche il Natale si può ricondurre alla rinascita del sole d’inverno, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) con lo scopo non solo di celebrare Gesù Cristo come Sole di giustizia, ma anche di creare una celebrazione alternativa.

Infatti, dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l'Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte più lunga col giorno più breve. 

Tra i celti era celebrato un rito in cui le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini per accendere il fuoco, allo scopo di festeggiare tutti insieme la luce del sole.

Ma il solstizio era anche per gli antichi una festa di morte, trasformazione e rinascita, dato che il Vecchio Sole moriva e si trasformava nel Sole Bambino che all'alba nasceva dalla Grande Madre Terra.

La pianta sacra del Solstizio d'Inverno è il vischio, pianta sacra ai druidi, che si diceva discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina.

Ancora oggi baciarsi sotto il vischio è un gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona a entrare in casa dopo il solstizio deve portare con sé un ramo di vischio.

Un altro modo per celebrare l’arrivo del sole è quello del ramo dei desideri, che deriva dalla tradizione celtica bretone.

Nove giorni prima del Solstizio bisogna trovare un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo nell'anticamera della propria abitazione, con un pennarello e alcune strisce di carta rossa da tenere vicino.

In questo modo chi entra in casa se vuole, potrà scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che sarà poi ripiegata per garantire la segretezza del desiderio e legata al ramo con un nastrino colorato.

Quando nove giorni dopo si accende il fuoco del Solstizio (nel caminetto di casa o in un falo nel giardino o nel campo) il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi a esso bruciando, in attesa di essere esauditi.

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