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Un mondo allo specchio. Viaggio e fotografia nel Giappone dell’Ottocento

mondo specchio 1Alla Residenza Universitaria Biomedica della Fondazione Collegio Universitario Santa Caterina da Siena di Pavia, al polo Cravino in Via Giulotto 12, per il 150esimo anniversario del trattato di amicizia Italia - Giappone da venerdì 25 novembre si terrà la mostra Un mondo allo specchio. Viaggio e fotografia nel Giappone dell’Ottocento.

Verranno esposte 130 opere originali dell’epoca, comprendenti xilografie, libri, album e fotografie: dalle immagini su lastrine di vetro, alle stereofotografie, alle diapositive e 80 stampe all’albumina colorate a mano della Scuola di Yokohama, che sono la testimonianza fotografica della trasformazione del paese da società feudale a nazione industriale.

La diffusione della fotografia in Giappone coincise con un momento di profonda trasformazione culturale e sociale, infatti, l’ingresso nel 1853 delle navi americane del Commodoro Matthew Perry nella baia di Edo aveva concluso la politica d’isolazionismo giapponese che lo shogunato Tokugawa aveva rafforzato con un editto del 1641, con cui si limitavano gli scambi commerciali agli olandesi della Compagnia delle Indie Orientali.

Nel 1854 fu ratificato il primo trattato internazionale con Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Olanda, e mentre molti europei si recavano in Giappone, diversi artisti giapponesi viaggiavano in Europa e negli Stati Uniti. 

Durante l’epoca Meiji (1868-1912), il Giappone da paese medievale divenne uno stato moderno, capace di sconfiggere la Russia nel 1905.

I temi delle fotografie dell’epoca Meiji sono riconducibili a due generi, uno documentario-paesaggistico dal punto di vista del viaggiatore e l’altro con figure e quadri della vita quotidiana.

Sia i fotografi giapponesi sia quelli occidentali avevano un approccio nostalgico verso un Giappone che stava scomparendo a causa della modernizzazione, ma mentre alcuni fotografi giapponesi privilegiavano immagini realistiche, gli europei e in seguito i loro allievi giapponesi erano esperti nella realizzazione di album-souvenir che seguivano le tappe obbligate del viaggiatore straniero ricordandone i paesaggi, le architetture, fino ai dettagli della vita quotidiana ricostruiti in studio, impreziositi con raffinate colorazioni a mano.

Nonostante in molti casi i due generi abbiano convissuto, il primo cessò con la cronaca visiva della Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905, mentre il secondo era legato nella cosiddetta Scuola di Yokohama codificata da Felice Beato, il primo ad aver utilizzato la colorazione della fotografia all’albumina in Giappone, e dai suoi successori.

La predilezione per l’uso dei colori, il rigore formale nella composizione delle inquadrature e la ripresa di alcuni temi quali la natura domata e personaggi come samurai, geishe, lottatori, venditori ambulanti, portatori di risciò, evidenziano il legame della fotografia della Scuola di Yokohama con le stampe tradizionali.

Un esempio della rappresentazione rievocativa sono le pose di samurai in armi realizzate anche dopo il divieto del 1871 di portare le due spade tradizionali e dopo la tragica rivolta Satsuma del 1877. 

L’inaugurazione della mostra è prevista per le 17, preceduta dalla conferenza Un’estetica della nostalgia, le origini della Scuola di Yokohama, che sarà tenuta nell’Aula Magna Maria Antonietta Sairani dal professore Francesco Paolo Campione, professore di Antropologia culturale all’Università degli Studi dell’Insubria e direttore del Museo delle Culture di Lugano, oggi sede della più importante collezione mondiale di fotografia giapponese dell’Ottocento.

La mostra, curata dallo staff della Residenza Universitaria Biomedica, con la collaborazione di volontari ed ex allieve del collegio Santa Caterina da Siena e coordinata da Franco Pavesi, sarà aperta fino al 25 febbraio 2017 da lunedì al venerdì dalle 15 alle 18.30, sabato dalle 9.30 alle 12.30, inoltre ci possono essere visite guidate su richiesta e nei festivi su prenotazione.

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